Le larve reagiscono a tracce minime di un antiparassitario. Gli adulti hanno sofferto a dosi oltre cinquecentomila volte più alte del limite sotto cui restano le misure in mare.
A trecento metri sotto la superficie, nei fiordi di Steigen, nel Nordland norvegese, la luce del sole non arriva. Lì cresce Desmophyllum pertusum, un corallo duro che vive senza alghe e si nutre di quel che porta la corrente: fitoplancton, piccoli crostacei, particelle. Fino a pochi anni fa si chiamava Lophelia pertusa. Sulle colonie grandi aggiunge circa sette millimetri l’anno. Una colonia può avere secoli, una scogliera migliaia di anni. Più a nord, nelle Lofoten, la scogliera di Røst, fatta soprattutto di questo corallo, si allunga per circa 35 chilometri ed è la più grande conosciuta.
Negli stessi fiordi si allevano salmoni. Per liberarli dai pidocchi di mare, piccoli crostacei parassiti, gli allevatori usano farmaci. L’emamectina benzoato arriva ai pesci con il mangime. L’azametifos, un insetticida organofosforico, e il perossido di idrogeno, l’acqua ossigenata, si danno in bagno. Sulle reti delle gabbie si stende poi un antivegetativo recente, il tralopyril, perché alghe e animali non le incrostino. Il tralopyril porta un gruppo trifluorometile, tre atomi di fluoro legati a un carbonio, e per questo rientra nella definizione larga di PFAS adottata dall’OCSE nel 2021. Tutte queste sostanze, in parte, finiscono in mare. La domanda è che cosa facciano ai coralli.
Il progetto VDWS Transition, guidato dall’Istituto di ricerca marina norvegese (IMR), ha cercato una risposta. Lo finanzia l’FHF, una società del ministero norvegese del commercio e della pesca che vive di un prelievo sulle esportazioni di prodotti ittici. All’Università Nord la dottoranda Birte Katarina Schuppe e il suo relatore, Henning Reiss, hanno raccolto colonie vive nei fiordi vicini, a Steigen a circa trecento metri, e le hanno portate nelle vasche della stazione di ricerca. Le hanno esposte prima all’emamectina, poi all’azametifos e al tralopyril. Hanno fotografato i coralli ogni due minuti, giorno e notte, per seguire tentacoli e muco. Li hanno chiusi in camere di misura per contare l’ossigeno consumato e l’ammonio escreto. Ne hanno congelato frammenti e li hanno mandati all’IMR per cercare i farmaci nei tessuti.
I risultati dell’emamectina stanno nel rapporto finale del progetto, pubblicato dall’IMR il 9 marzo e aggiornato il 21 agosto. Gli adulti esposti a 0,129 e a 0,596 milligrammi per litro hanno accumulato il farmaco nei tessuti. Hanno consumato più ossigeno, liberato più ammonio, prodotto più muco. Una parte dei polipi è morta, soprattutto alla dose più alta. Per l’azametifos e il tralopyril sugli adulti i dati non sono ancora usciti.
Quelle dosi, però, in mare non si trovano. Nel 2024 un gruppo dell’IMR aveva esposto un altro animale dei fondali, la penna di mare Pennatula phosphorea, a 0,8 milligrammi per litro di emamectina per otto giorni, e aveva messo per iscritto il confronto con il mare. Vicino agli allevamenti un modello stima concentrazioni intorno a quattro millesimi di nanogrammo per litro, e le misure in acqua restano sotto il limite di rilevazione, 0,25 nanogrammi per litro. La dose più bassa data ai coralli, 129.000 nanogrammi per litro, supera quel limite di oltre cinquecentomila volte. L’emamectina, inoltre, raggiunge il fondo soprattutto legata alle particelle che si depositano, non sciolta in acqua. La penna di mare non aveva mostrato effetti su comportamento e metabolismo, ma lo aveva trattenuto nei tessuti per almeno sei giorni. Il rischio, per quegli autori, era l’accumulo dopo trattamenti ripetuti.
Emamectina benzoato: le due dosi usate sugli adulti di Desmophyllum pertusum nell’esperimento del progetto VDWS Transition, a confronto con il limite di rilevazione delle misure in acqua vicino agli allevamenti e con la stima da modello riportati da Taormina e colleghi (2024). Scala logaritmica. Elaborazione di Scienzaonline su dati di Dunlop K.M. et al., Rapport fra havforskningen 2026-14 (IMR, 2026), e Taormina B. et al., Marine Pollution Bulletin 198, 115903 (2024), doi 10.1016/j.marpolbul.2023.115903
Il dato più delicato riguarda le larve. Quelle di Desmophyllum si sono dimostrate molto sensibili al perossido di idrogeno: metà muore a 27,2 milligrammi per litro. All’azametifos lo sono di più. Metà mostra effetti a 1,89 microgrammi per litro, meno di due milionesimi di grammo. Da qui la raccomandazione del rapporto: dove il corallo cresce entro un chilometro da un allevamento, niente perossido di idrogeno e niente azametifos in primavera, nella stagione della riproduzione.
Il rapporto guarda anche al rischio più ordinario, la materia organica che cade dalle gabbie, cioè feci e mangime non consumato. Su due gorgonie di profondità, Primnoa resedaeformis e Paragorgia arborea, il tessuto si degrada dove il sedimento accumulato supera i mille o i duemila grammi per metro quadrato, a distanze fra 10 e 600 metri dalle gabbie secondo la specie e la corrente. Gli autori propongono di abbandonare i cerchi di rispetto disegnati intorno agli allevamenti e di usare modelli delle correnti ad alta risoluzione, perché il materiale si deposita a valle e non in tondo. Per Desmophyllum, invece, il campione era troppo piccolo per stimare la sensibilità alla materia organica. È il limite più serio dichiarato nel rapporto: la specie che costruisce le scogliere è quella di cui si sa meno.
In Norvegia vive fra il 25 e il 50 per cento della popolazione europea di questo corallo e fra il 5 e il 25 per cento di quella mondiale, secondo la Lista rossa norvegese del 2021. La stessa valutazione classifica la specie come quasi minacciata e indica come minaccia principale la pesca a strascico. Fra il 30 e il 50 per cento delle scogliere al largo della costa norvegese porta danni fisici lasciati dalle reti.
Anche il Mediterraneo ha i suoi coralli bianchi di profondità. Al largo di Santa Maria di Leuca, nello Ionio, colonie vive di Madrepora oculata e di Desmophyllum pertusum crescono fra 425 e 1100 metri, nella comunità di coralli profondi più estesa e profonda conosciuta nel Mediterraneo. Lì gli allevamenti non c’entrano. Le riprese subacquee analizzate da D’Onghia e colleghi, pubblicate nel 2017, hanno trovato lenze impigliate nei coralli, solchi lasciati dai divergenti delle reti a strascico e soprattutto plastica, più frequente proprio dove crescono i coralli. Dal 2006 l’area è zona di pesca protetta per decisione della Commissione generale per la pesca nel Mediterraneo, che vieta strascico e draghe. Secondo lo studio lo strascico pesa ancora più delle lenze.
A Steigen le analisi dei frammenti congelati diranno se i coralli assorbono davvero azametifos e tralopyril, e con quali effetti. Per ora la fase fragile è la larva, e il rapporto la protegge con una regola di calendario. Gli effetti sugli adulti, visti in vasca a dosi alte, non dicono ancora niente del mare. E le scogliere norvegesi, fuori dalle vasche, portano i segni delle reti.
Bibliografia
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Taormina B., Escobar-Lux R.H., Legrand E., Parsons A.E., Kutti Tina, Husa Vivian, Hannisdal R., Samuelsen O.B., Agnalt A.-L., «Effects of the sea lice chemotherapeutant, emamectin benzoate, on metabolism and behaviour of the sea-pen Pennatula phosphorea», Marine Pollution Bulletin, 198, 115903, 2024. doi: 10.1016/j.marpolbul.2023.115903
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