Nel 2024 in Ungheria sono nati quarantadue bambini con la sifilide. In Bulgaria trenta, in Portogallo quindici. In tutta l’Unione europea e nello Spazio economico europeo i casi confermati sono stati 140, contro i 78 del 2023. È il numero più alto da quando, nel 2009, il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (ECDC) ha preso in carico la sorveglianza. I dati stanno nel rapporto epidemiologico annuale pubblicato a Stoccolma nel maggio 2026, estratti dal sistema EpiPulse il 7 aprile.
L’Italia ha notificato sette casi. Erano uno nel 2020, uno nel 2021, due nel 2022, sei nel 2023. Il tasso è 1,8 per centomila nati vivi. L’obiettivo che l’Ufficio regionale per l’Europa dell’Organizzazione mondiale della sanità ha fissato per il 2030 è un caso ogni centomila nati vivi, o meno. L’Italia sta sopra la soglia. Quattordici paesi, fra cui Danimarca, Irlanda, Norvegia, Polonia e Slovenia, non hanno avuto alcun caso. Austria e Belgio non hanno inviato dati. La Francia ha una sorveglianza sentinella a notifica volontaria e per lei l’ECDC non calcola il tasso.
La sifilide congenita è l’infezione che il Treponema pallidum, il batterio della sifilide, trasmette dalla madre al feto: quasi sempre attraverso la placenta, più di rado per contatto con le lesioni durante il parto. Può avvenire a ogni stadio della malattia materna e in ogni epoca della gravidanza. Il rischio maggiore è nelle donne con sifilide precoce non trattata: il feto si infetta nel 70-100 per cento dei casi e fino a un terzo delle gravidanze finisce con un nato morto. La trasmissione è più frequente dopo la ventottesima settimana. Una terapia fatta prima, adeguata allo stadio, è molto efficace nel prevenirla. La terapia è la penicillina per via iniettiva. In gravidanza è l’unica raccomandata: chi dichiara un’allergia va desensibilizzata e trattata con la penicillina, non con un altro antibiotico.
Dietro l’aumento dei casi congeniti c’è l’aumento della sifilide nelle donne. Secondo l’ECDC i tassi di notifica femminili, dopo un lieve calo nel 2020-2021, sono saliti lungo tutto il decennio 2015-2024 e nel 2024 hanno toccato il massimo. Le fasce più colpite sono i 20-24 e i 25-34 anni, l’età riproduttiva. Nello stesso anno i casi di sifilide notificati nell’Unione sono stati 45 577, più del doppio rispetto al 2015.
L’ECDC scrive che ogni caso congenito è un’occasione mancata lungo il percorso dell’assistenza prenatale. I resoconti dei paesi e la letteratura indicano due cause ricorrenti: una gestione inadeguata della gravidanza, cioè nessun test o un test positivo non seguito da terapia, e la vulnerabilità sociale della madre, cioè età giovane, bassa istruzione, disoccupazione, migrazione, uso di sostanze. Una terza causa è più insidiosa: l’infezione contratta dopo un primo test negativo, in donne senza fattori di rischio riconoscibili. Il rapporto dà un dato parziale sull’origine delle madri: sei paesi hanno comunicato il paese di nascita per 63 casi e in 17 di questi, il 27 per cento, la madre era nata all’estero; in Spagna otto madri su dieci, in Portogallo otto su quindici. È un dato di sei paesi su ventotto e non si può estendere agli altri.
Le raccomandazioni dell’ECDC sono tre. Offrire a tutte le donne il test nel primo trimestre e trattare subito chi risulta positiva, prima della ventottesima settimana. Ripetere il test nel terzo trimestre, fra la ventottesima e la trentaduesima settimana, alle donne a rischio, e farlo al parto a chi non lo ha mai fatto. Dove la sifilide cresce fra le donne in età fertile, ripetere il test nel terzo trimestre a tutte, a prescindere dai fattori di rischio. Il rapporto aggiunge che il partner va testato e trattato, altrimenti la donna si reinfetta durante la gravidanza. E annota una lacuna: pochi paesi sanno quante donne vengono davvero testate.
Oltre l’Atlantico i numeri sono di un altro ordine. Negli Stati Uniti i Centers for Disease Control and Prevention contano quasi 4 000 casi di sifilide congenita nel 2024, il dodicesimo anno di aumento consecutivo e il totale più alto dal 1994; rispetto a dieci anni prima i casi sono cresciuti di circa il 700 per cento. Il tasso è passato da 8,7 a 105,8 casi per centomila nati vivi fra il 2013 e il 2023, dodici volte tanto. Nell’Unione europea, nel 2024, il tasso è 4,7. Il confronto va preso con cautela: le definizioni di caso non coincidono, e quella europea, come si vedrà, esclude i nati morti. Ma l’ordine di grandezza resta: venti volte.
Ripetere il test per legge funziona? Una risposta viene proprio dagli Stati Uniti. Sarah Baum e colleghi della Harvard T.H. Chan School of Public Health hanno pubblicato su JAMA Health Forum, il 20 marzo 2026, uno studio su 16,3 milioni di nascite e 20 961 casi di sifilide materna in 33 stati, dal 2012 al 2022. Quattro stati, Arizona, Georgia, Louisiana e Michigan, hanno introdotto nel periodo l’obbligo di offrire il test nel terzo trimestre a tutte le donne e al parto alle donne a rischio, o a tutte nel caso dell’Arizona. Gli autori li hanno confrontati con 29 stati senza obbligo, misurando la differenza fra le due traiettorie prima e dopo la legge.
Nel primo trimestre dopo l’entrata in vigore le diagnosi di sifilide in gravidanza sono aumentate del 26 per cento, con un intervallo di confidenza al 95 per cento fra 3 e 53. Al terzo trimestre l’aumento era sceso all’11 per cento e l’intervallo, da -17 a 48, comprendeva lo zero: il risultato non permette di dire se l’effetto ci fosse ancora. Sull’intero anno la stima media è del 19,5 per cento in più, intervallo da 1 a 41, pari a 32,2 casi in più ogni centomila nati vivi per trimestre. In Georgia, dove i dati di dimissione ospedaliera permettono di vedere chi è stato testato al parto, la quota è passata dal 21 al 25 per cento; ma gran parte del salto è avvenuta nel trimestre prima che la legge entrasse in vigore.
I limiti li dichiarano gli autori. I certificati di nascita registrano la diagnosi, non il test: non si sa chi è stato testato, quando, con quale esito. Non si distingue una nuova infezione da una sierologia rimasta positiva dopo una terapia precedente. Non si separa l’effetto del test ripetuto dall’effetto della legge che lo impone. E non si sa se le diagnosi in più abbiano portato più terapie in tempo o meno nati morti. La conclusione è misurata: l’obbligo aumenta le diagnosi nel breve periodo, poi l’effetto si attenua, forse perché l’adesione dei medici cala e nessuno la controlla. Servono misure che accompagnino la legge: monitoraggio dell’adesione, test senza costi per la paziente, trattamento e follow-up.
In Italia la norma c’è dal 1998. Il decreto ministeriale del 10 settembre 1998 mette a carico del Servizio sanitario nazionale il test per la sifilide in epoca preconcezionale e nel primo trimestre, ripetibile nel terzo trimestre nei casi a rischio, esteso al partner. Le linee guida sulla gravidanza fisiologica del 2010, riviste nel 2011, raccomandano il test a tutte le donne alla prima visita e alla fine della gravidanza. Quante lo facciano davvero, e quante lo ripetano, non risulta da alcun dato pubblico: è la stessa lacuna che l’ECDC segnala per la maggior parte dei paesi europei.
C’è poi il problema della conta. La definizione di caso in vigore nell’Unione conta solo i nati vivi con conferma di laboratorio. Non conta i nati morti né gli aborti per sifilide, e non conta i bambini diagnosticati dopo i due anni di età. L’ECDC scrive che i 140 casi sottostimano il peso reale degli esiti avversi e chiede ai paesi di collegare i dati sulle donne infette in gravidanza agli esiti della nascita. Per il 2026 annuncia un modulo europeo di standard di cura sullo screening prenatale di HIV, epatite B e sifilide.
Jonathan Hutchinson descrisse la sifilide congenita nel 1861. John Mahoney e colleghi curarono con la penicillina i primi quattro pazienti nel 1943. I quarantadue bambini ungheresi sono nati nel 2024.

Casi confermati di sifilide congenita nell’UE/SEE e in Italia, 2020-2024. Elaborazione di Scienzaonline su dati di European Centre for Disease Prevention and Control, Congenital syphilis. Annual Epidemiological Report for 2024, Stoccolma, ECDC, maggio 2026, Tabella 1. Grafico prodotto in redazione: i dati numerici non sono coperti da copyright.
Bibliografia
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European Centre for Disease Prevention and Control, Syphilis. In: ECDC. Annual Epidemiological Report for 2024, Stockholm, ECDC, 2026. https://www.ecdc.europa.eu/en/publications-data/syphilis-annual-epidemiological-report-2024
Baum S.E., Agha L., Menzies N.A., Cohen J., Prenatal Syphilis Screening Mandates and Maternal Syphilis Case Detection, JAMA Health Forum, 7, 3, e260123, 20 marzo 2026, accesso aperto con licenza CC BY. doi: 10.1001/jamahealthforum.2026.0123
Glikas M.W., Day M., Toon M., The Resurgence of Syphilis: A Critical Public Health Concern, Journal of Pediatric Health Care, 39, 3, 479-488, maggio-giugno 2025. doi: 10.1016/j.pedhc.2024.09.003
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Istituto Superiore di Sanità, EpiCentro, Sifilide, a cura di Salfa M.C. e Suligoi B., ultimo aggiornamento 7 novembre 2019. https://www.epicentro.iss.it/sifilide/
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Articoli precedenti su Scienzaonline
Donati G., Il mercurio nelle ossa, Scienzaonline, Paleontologia, 10 agosto 2026.
Donati G., Sifilide, una nuova prospettiva sul trattamento: una singola dose di penicillina è sufficiente?, Scienzaonline, Medicina, 15 settembre 2025.
Donati G., L’eredità maledetta delle Americhe: la piaga del “conquistador”, Scienzaonline, Redazionale, 8 luglio 2025.



