Il virus che uccide tre malati su quattro e non riesce a diffondersi

guido donati 08 Set 2026


Il Nipah ha una letalità fra il quaranta e il settantacinque per cento e un numero di riproduzione inferiore a uno. È la ragione per cui fa paura, ed è anche la ragione per cui dopo ventotto anni non ha un vaccino autorizzato.

Nel 1998, negli allevamenti di maiali della Malesia, comparve una malattia nuova. Encefalite, febbre alta, coma. Duecentosessantacinque casi accertati, centocinque morti. Il virus prese il nome dal villaggio di Sungai Nipah.
Il serbatoio naturale sono i pipistrelli della frutta della famiglia Pteropodidae, le volpi volanti. Dai pipistrelli il virus passa all’uomo per contatto diretto, per consumo di alimenti contaminati, o attraverso un ospite intermedio. In Malesia furono i maiali. In Bangladesh è soprattutto la linfa di palma da dattero, raccolta di notte nei recipienti dove i pipistrelli vanno a bere.
Da allora il Nipah torna quasi ogni anno in Bangladesh, e a intervalli in India. Nel 2026 un focolaio si è verificato nel Bengala Occidentale. L’Organizzazione mondiale della sanità lo tiene fra i patogeni prioritari, e così fanno la coalizione internazionale per la preparazione alle epidemie e gli istituti americani della sanità.


La letalità dichiarata in letteratura sta fra il quaranta e il settantacinque per cento. In alcuni singoli focolai è stata più alta: nel 2007, a Nadia in India, morirono tutti i malati identificati. Chi sopravvive porta spesso conseguenze neurologiche, e l’encefalite può ripresentarsi mesi o anni dopo l’infezione iniziale.
Fin qui il profilo di un candidato alla prossima pandemia. Ma c’è un numero che raramente compare nei titoli e che cambia il quadro.
Il numero di riproduzione di base del Nipah è stimato attorno a 0,48. È la quantità di persone che un malato contagia in media in una popolazione totalmente suscettibile. Sotto uno significa che la catena si spegne da sola: ogni contagiato ne infetta in media meno di uno, e dopo qualche passaggio il focolaio muore.
La stima compare in una valutazione del rischio pubblicata il 7 settembre su Frontiers of Medicine da Limei Wang e Hong Jiang, della Quarta Università medica militare di Xi’an. È un articolo breve, di taglio prospettico, dedicato alla probabilità che il focolaio indiano del 2026 raggiunga la Cina.


La loro conclusione, che vale la pena riportare perché va nella direzione opposta a come la notizia è stata rilanciata, è che quel rischio è basso.
Le ragioni sono quattro. Il numero di riproduzione sotto uno, che limita la trasmissione sostenuta. L’alta letalità, che accorcia ulteriormente le catene di contagio, perché un malato grave non viaggia e non incontra estranei. La distanza geografica fra l’area colpita e la Cina, senza confine comune e con scarsi movimenti ordinari di persone e merci. E il fatto che le autorità indiane abbiano contenuto il focolaio con isolamento e tracciamento dei contatti, come avevano già fatto in passato.
Gli autori aggiungono che la dogana cinese sorveglia il Nipah dal 2018, che nel 2021 sono state emanate linee guida nazionali e che nel 2022 il ministero dell’Agricoltura ha inserito la malattia nell’elenco delle zoonosi.


Le loro preoccupazioni riguardano il decennio, non l’oggi: la distribuzione dei pipistrelli del genere Pteropus che comprende parti della Cina, l’aumento della frequenza dei focolai nei paesi vicini, gli scambi crescenti fra le province meridionali e il Sud-est asiatico, e i cambiamenti ecologici legati all’uso del suolo e a fenomeni climatici estremi come El Niño. Il focolaio malese del 1998 è stato collegato a migrazioni di pipistrelli indotte dal clima.
Qui però serve una precisazione che gli autori non fanno e che il lettore merita: che virus simili circolino nei pipistrelli del sud della Cina è un’ipotesi ecologica, non un’osservazione. Nessuno ha isolato il Nipah in quelle popolazioni.
Torniamo al numero sotto uno, perché spiega la cosa più importante di questa vicenda.


Ventotto anni dopo la Malesia, contro un virus che uccide fino a tre malati su quattro, non esiste un vaccino autorizzato né un farmaco specifico. La ragione non è scientifica ed è quasi paradossale: la malattia è troppo rara e troppo poco contagiosa perché si possa dimostrare che un vaccino funziona.
Una sperimentazione di fase tre, quella che precede l’autorizzazione, richiede di vaccinare migliaia di persone, lasciarne altrettante senza vaccino, e attendere che un numero sufficiente si ammali nei due gruppi per confrontare i risultati. Con il Nipah questo non è praticabile. I focolai sono piccoli, imprevedibili, spesso identificati in ritardo, e si esauriscono in poche settimane. Non c’è il tempo né il numero.
Il campo si è quindi mosso in un’altra direzione, ed è la parte più interessante e meno raccontata.
All’inizio del 2026 quattro candidati vaccinali sono in sperimentazione clinica, costruiti su quattro tecnologie diverse: un vettore adenovirale di scimpanzé, un vettore basato sul virus della stomatite vescicolare, un vaccino a RNA messaggero e uno a subunità ricombinante.
Il candidato PHV02, un vettore vivo attenuato che espone la glicoproteina del ceppo del Bangladesh, entra in fase due proprio in Bangladesh, il paese dove le persone muoiono di Nipah quasi ogni anno. La coalizione internazionale per la preparazione alle epidemie ha stanziato 17,3 milioni di dollari per la sperimentazione, che prevede circa cinquecento adulti e settantacinque bambini.
Il ChAdOx1 NipahB, sviluppato all’Università di Oxford, ha ottenuto dall’Agenzia europea per i medicinali la designazione PRIME, che accelera il percorso regolatorio per i farmaci destinati a bisogni non soddisfatti.
Il vaccino a RNA messaggero mRNA-1215 ha completato la fase uno con risposte immunitarie che si mantenevano a un anno dal richiamo, e gli autori raccomandano di proseguire con dosi superiori ai dieci microgrammi nelle aree dove il virus circola.
La strategia che ne emerge è diversa da quella abituale. Invece di attendere una dimostrazione di efficacia che potrebbe non arrivare mai, si costruisce una riserva di dosi sperimentali, fino a centomila per il candidato di Oxford, pronte a essere impiegate durante un focolaio dentro un protocollo di ricerca. Se il vaccino funziona, si raccolgono i dati mentre si protegge chi è esposto. La coalizione internazionale definisce questa riserva la propria priorità assoluta per il Nipah nei prossimi due anni.


C’è infine una simmetria che vale la pena notare, perché riguarda il modo in cui pensiamo alle epidemie.
Il Nipah è spaventoso e non si diffonde, e le due cose sono collegate. Un virus che uccide in fretta perde il proprio ospite prima di poterlo usare: il malato è troppo grave per muoversi, incontrare estranei, salire su un aereo. È lo stesso meccanismo che limita l’Ebola.
I patogeni che diventano pandemici sono quelli che ci lasciano in piedi abbastanza a lungo. Il Nipah non lo fa, e per questo non arriverà probabilmente mai in Europa in forma epidemica.
Il che non lo rende meno grave per chi vive in Bangladesh o in Kerala, dove ogni inverno qualcuno beve linfa di palma contaminata e muore. La distinzione fra pericolo per il singolo e pericolo per la popolazione è esattamente quella che il dibattito pubblico continua a confondere.


Bibliografia
Wang L., Jiang H., «International risk assessment of Nipah virus outbreak and medium–long-term prevention and control prospects in China», Frontiers of Medicine, ricevuto il 31 gennaio 2026, accettato il 16 marzo 2026. doi: 10.1007/s11684-026-1249-4
Barua S., Dénés A., «Global dynamics of a compartmental model for the spread of Nipah virus», Heliyon, 9(9):e19682, 2023, per la stima del numero di riproduzione di base.
Nikolay B. et al., «Transmission of Nipah Virus — 14 Years of Investigations in Bangladesh», New England Journal of Medicine, 380(19):1804-1814, 2019.
Sun Y.Q. et al., «Mapping the distribution of Nipah virus infections: a geospatial modelling analysis», The Lancet Planetary Health, 8(7):e463-e475, 2024.
Chan X.H.S. et al., «Therapeutics for Nipah virus disease: a systematic review to support prioritisation of drug candidates for clinical trials», The Lancet Microbe, 6(5):101002, 2025.
«A structure-based mRNA vaccine for Nipah virus in healthy adults: a phase 1 trial», testo integrale libero su PubMed Central, PMC13099371.
Coalition for Epidemic Preparedness Innovations, comunicato sul passaggio del candidato PHV02 alla fase 2 in Bangladesh, 10 luglio 2025, e documentazione sulla riserva di dosi sperimentali.
Gavi, «Nipah vaccines set to enter human trials», 15 luglio 2025, per la designazione PRIME del candidato di Oxford.

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