Uno scheletro sepolto durante un’epidemia conserva nei suoi resti il DNA del batterio che lo ha ucciso. La datazione al radiocarbonio dice quando è morto, ma spesso con un margine di oltre cento anni. Per una città colpita più volte dalla peste, quel margine non basta a dire in quale epidemia sia morto.
La Peste nera arriva in Europa nel 1347 e la prima grande ondata finisce nel 1353. La malattia però resta. Per i quattro secoli successivi torna a ondate, e gli storici chiamano questo periodo seconda pandemia di peste. Il batterio è Yersinia pestis. Dei ceppi di quei secoli sono già stati ricostruiti più di cento genomi antichi, e gli archivi conservano una gran massa di cronache e registri. Mettere insieme le due fonti è difficile proprio per colpa delle date.
Il lavoro è uscito su PNAS, la rivista dell’Accademia nazionale delle scienze statunitense, il 10 settembre 2026, ad accesso aperto. Ha 25 autori. Il primo è Marcel Keller, delle università di Tartu e di Berna. Fra gli altri ci sono lo storico Philip Slavin, dell’Università di Stirling, e Kristiina Tambets e Christiana L. Scheib, dell’Università di Tartu, che firmano come autrici senior. Il comunicato del Consiglio estone della ricerca è stato ripreso da ScienceDaily il 20 settembre.
Il gruppo ha lavorato su resti umani da undici siti europei. Ne ha ricavato 11 genomi completi e 15 a copertura più bassa, cioè letti in modo meno fitto e con più tratti mancanti. Le date vanno dal 1349 al 1710. Secondo il comunicato, i siti sono in Estonia, Russia, Inghilterra, Paesi Bassi e Svizzera. Fra i siti non c’è l’Italia.
Il cuore del lavoro è un metodo di datazione. Gli autori lo chiamano modellazione al radiocarbonio informata dalla filogenesi. La filogenesi è l’albero genealogico dei ceppi del batterio, ricostruito dalle mutazioni che si accumulano di generazione in generazione. La posizione di un genoma sull’albero dice se è più vecchio o più giovane di altri. Il metodo mette questa informazione accanto alle date al radiocarbonio di ogni campione. Gli intervalli si restringono, e il riassunto parla di date più accurate e più precise.
Con le date ristrette, gli autori collegano 75 genomi a epidemie registrate nelle fonti storiche. Il riassunto usa un avverbio preciso, «tentatively», cioè in via provvisoria. Il comunicato scompone i 75 in 64 genomi già pubblicati e 11 nuovi. Il comunicato parla di genomi collegati a ondate ed epidemie specifiche, e l’avverbio sparisce.
Il comunicato racconta altro ancora, che nel riassunto non c’è. Intorno al 1450-1500 le linee del batterio si sarebbero espanse e divise in tre rami principali, forse con nuovi serbatoi fra i roditori selvatici. Fra le cause possibili gli autori indicherebbero la grande siccità del Rinascimento. L’Estonia sarebbe stata raggiunta più volte, a partire dalla fine del Trecento. Alcuni nuovi genomi legherebbero epidemie alla guerra dei Trent’anni, fra il 1618 e il 1648, e alla grande guerra del Nord, all’inizio del Settecento. Durante l’assedio di Tallinn, nel 1710, la peste avrebbe ucciso soldati svedesi, soldati russi e civili. Il 1710 è anche l’anno più recente fra le date dei nuovi genomi. Il testo integrale non è stato consultato per questo articolo, e questi punti restano da verificare.
Il titolo di ScienceDaily parla di quattrocento anni di ritorni. Il riassunto parla dei quattro secoli che seguono la Peste nera. I nuovi genomi coprono 361 anni.
Datare meglio un genoma serve a seguire come il batterio cambia nel tempo e come si sposta nello spazio. Il riassunto li chiama microevoluzione e filogeografia. Con date larghe un secolo, due ceppi trovati in città diverse possono sembrare contemporanei anche quando non lo sono. Il comunicato ricorda che Yersinia pestis sopravvive ancora nei roditori selvatici di diverse regioni del mondo.
I limiti principali si leggono già nel riassunto. Le associazioni con le epidemie sono provvisorie. Quindici genomi nuovi su ventisei sono a copertura bassa. Metodi completi, finanziamenti, conflitti di interesse ed eventuali dichiarazioni sull’uso dell’intelligenza artificiale sono nel testo integrale, che non è stato letto. Una prima versione del lavoro era uscita come preprint, non ancora rivisto da altri esperti, nel luglio del 2023.
Il radiocarbonio dice che in quella fossa c’era la peste. L’albero del batterio, messo accanto, aiuta a dire quale.
Bibliografia
Keller M., Guellil M., Slavin P. et al., Tambets K., Scheib C.L., «A refined phylochronology of the second plague pandemic in Western Eurasia», Proceedings of the National Academy of Sciences of the United States of America, 123, 37, e2534899123, 10 settembre 2026, accesso aperto con licenza CC BY-NC-ND. doi: 10.1073/pnas.2534899123
Keller M. et al., «A Refined Phylochronology of the Second Plague Pandemic in Western Eurasia», preprint bioRxiv, luglio 2023. doi: 10.1101/2023.07.18.549544
Estonian Research Council, comunicato stampa, ripreso da ScienceDaily il 20 settembre 2026 con il titolo «Ancient DNA Reveals How Plague Kept Returning for 400 Years After the Black Death».



