Un braccio per i Denisova

guido donati* 11 Set 2026

Manufatti e resti faunistici dalla grotta di Denisova, nei monti Altai. Gli originali erano esposti nella mostra temporanea «Le troisième Homme» al Musée national de Préhistoire di Les Eyzies-de-Tayac, in Francia. Non provengono dalla grotta di Bianfu: sono i reperti del sito che ha dato il nome al gruppo umano di cui l’articolo si occupa. Thilo Parg / Wikimedia Commons — License: CC BY-SA 4.0


Quattro centimetri e mezzo di osso, trovati fra sessantamila frammenti in una grotta dello Yunnan. Il DNA non si era conservato, le proteine sì. E il radio che ne è uscito non somiglia né a noi né ai neandertaliani: somiglia a entrambi, in punti diversi.


I Denisova sono l’unico gruppo umano estinto che conosciamo quasi soltanto attraverso la genetica. Furono identificati nel 2010 da un frammento di falange trovato in una grotta dell’Altai siberiano: non da un cranio, non da uno scheletro, ma da una sequenza di DNA che non corrispondeva né a noi né ai neandertaliani.
Da allora l’elenco dei reperti sicuri è cresciuto poco: una mandibola e una costola da una grotta dell’altopiano tibetano, una mandibola ripescata nello stretto di Taiwan, un cranio quasi completo da Harbin, nel nord-est della Cina. Del corpo sotto il collo si sapeva praticamente nulla: una falange e una costola.

Due articoli pubblicati su Nature il 9 settembre aggiungono sette reperti, e fra questi il primo osso lungo del braccio mai attribuito a questo gruppo.
Vengono dalla grotta di Bianfu, nella contea di Heqing, Yunnan occidentale, a un paio di chilometri da un affluente secondario dello Yangtze. Gli scavi sono cominciati nel 2019. Il deposito culturale copre, secondo un modello statistico che combina luminescenza otticamente stimolata e datazione con le serie dell’uranio, un intervallo fra circa 190.000 e 70.000 anni fa. È il sito paleolitico più antico conosciuto nello Yunnan occidentale.
Dagli strati sono usciti 1.366 manufatti in pietra e oltre 64.000 fossili di mammifero, dei quali più di 60.000 sono frammenti ossei non identificabili a occhio. Quattro denti umani erano stati trovati nel mezzo dello strato 7.


La domanda era se in quella montagna di schegge ce ne fossero altri.
Cercarli uno per uno con la spettrometria di massa sarebbe costato troppo. La tecnica si chiama ZooMS, sigla che sta per zooarcheologia mediante spettrometria di massa: si estrae il collagene da un frammento e si legge la sua impronta peptidica, che permette di dire a quale famiglia di animali appartenesse. Funziona bene, ma su sessantamila pezzi diventa impraticabile. E il tasso di successo è basso: alla grotta di Denisova e a Baishiya i reperti umani recuperati in questo modo sono stati appena lo 0,1 per cento.
Il gruppo guidato da Qiaomei Fu, dell’Istituto di paleontologia dei vertebrati e paleoantropologia dell’Accademia cinese delle scienze, ha aggiunto un passaggio prima del laboratorio. Ha ispezionato a mano tutti i frammenti valutando dimensione, spessore della corticale, superfici articolari, inserzioni muscolari e impronte vascolari sulla faccia interna delle ossa craniche. Ne sono usciti ventidue candidati: cinque dagli strati superiori, diciassette da quelli inferiori.

 


Il percorso di selezione dei reperti umani nella grotta di Bianfu. Oltre sessantamila frammenti ossei sono stati ispezionati a mano; ventidue sono stati giudicati possibili resti umani; tre sono stati confermati tali dall’analisi delle proteine. La spettrometria di massa è stata applicata in tutto a settantasei frammenti, fra candidati e controlli. Elaborazione di Scienzaonline su dati di Rao et al., Nature 2026, doi 10.1038/s41586-026-10976-9.


Solo a quel punto la spettrometria. Tre frammenti hanno mostrato marcatori di collagene riconducibili al genere Homo: due pezzi di osso parietale, siglati BFD767 e BFD769, e un frammento prossimale di radio, BFD771.
Il tentativo di estrarre DNA antico da quei tre reperti è fallito. Nello Yunnan il clima caldo e umido distrugge gli acidi nucleici.
Le proteine invece hanno tenuto. È questo il punto metodologico che rende il lavoro importante: dove il DNA non arriva, la paleoproteomica può ancora dire chi era quell’individuo.
Il collagene è la proteina più abbondante dell’osso e resiste alla degradazione più a lungo di quasi tutto il resto. Le sue sequenze differiscono fra specie in singole posizioni, chiamate polimorfismi di singolo amminoacido. Una di queste posizioni, nella catena alfa-2 del collagene di tipo I, funziona da marcatore: la variante COL1A2 R996K compare in tutti i Denisova finora identificati, da Harbin a Penghu alla Siberia, e in nessun neandertaliano né in alcun uomo moderno.
Tutti e cinque i campioni di Bianfu analizzati la portano. I due denti, i due parietali e il radio.


Per i denti c’è di più, perché lo smalto conserva proteine diverse da quelle dell’osso. Una variante dell’ameloblastina, AMBN M273V, compare nell’Homo erectus dell’Asia orientale, a Harbin, a Penghu, nei Denisova siberiani e in alcuni uomini moderni: quasi tutti appartenenti a popolazioni del Sud-est asiatico e dell’Oceania, quelle con la maggiore eredità genetica denisoviana. Una seconda variante dell’ameloblastina distingue gli individui di Bianfu dall’Homo erectus asiatico.
E lo smalto di entrambi i denti conteneva peptidi dell’isoforma Y dell’amelogenina, la proteina codificata dal cromosoma sessuale maschile. Erano due maschi.
Gli alberi filogenetici costruiti sulle sequenze proteiche mettono ciascun campione di Bianfu in un gruppo con l’individuo denisoviano siberiano di riferimento, con probabilità a posteriori del cento per cento, e collocano l’uomo moderno come gruppo fratello del ramo che unisce neandertaliani e Denisova. È la stessa topologia che si ottiene dai genomi nucleari.
Veniamo al reperto che ha fatto notizia, e ai numeri veri.


BFD771 conserva circa quarantacinque millimetri della porzione prossimale del radio, l’osso dell’avambraccio che va dal lato del pollice al gomito. Comprende una testa radiale parzialmente intatta e arriva fino alla parte distale della tuberosità radiale, il rilievo dove si inserisce il tendine del bicipite. La tomografia computerizzata mostra una corticale robusta e l’epifisi prossimale completamente saldata: l’individuo era adulto o quasi. Si tratta con ogni probabilità di un radio destro.
Non è un osso del gomito, come hanno scritto molti. Il gomito è un’articolazione. Questo è un pezzo di osso dell’avambraccio, quello vicino al gomito.
Ora il punto sul quale le riprese giornalistiche si sono divise, chi parlando di forza e chi di precisione. Il paper dice entrambe le cose, e le chiama caratteri a mosaico.
Dal lato neandertaliano: la tuberosità radiale è orientata verso l’interno, condizione osservata nel 76,5 per cento dei neandertaliani tardi, mentre nell’uomo moderno l’orientamento prevalente è antero-mediale nell’88,8 per cento dei casi. E la testa radiale è grande, con un margine di 23,2 millimetri, più vicina ai neandertaliani che a noi.
Dal lato nostro: la forma esterna complessiva e la geometria della sezione trasversale a metà collo si allineano all’uomo moderno. L’analisi di corrispondenza delle superfici avvicina BFD771 agli uomini moderni per via del collo relativamente corto rispetto alla testa radiale, mentre nei neandertaliani il collo è più allungato.
E un terzo dato che non sta né di qua né di là: la sezione a metà collo mostra un’area totale e una rigidità torsionale maggiori che nei neandertaliani, negli australopitechi e nell’Homo erectus considerati, pur restando entro la variabilità degli uomini moderni e delle grandi scimmie attuali.


Perché queste misure contano. Orientamento della tuberosità, lunghezza del collo, dimensione della testa e geometria della sezione determinano quanto efficientemente il bicipite ruota l’avambraccio verso l’alto e quanto carico l’articolazione può reggere. Un mosaico di caratteri indica esigenze biomeccaniche diverse sia dai neandertaliani sia da noi. Quali, non lo sappiamo: un frammento non basta.
Il secondo articolo, guidato da Qijun Ruan dell’Istituto provinciale dello Yunnan per i beni culturali e l’archeologia, racconta come vivevano.
I dati faunistici e pollinici indicano un ambiente di foresta a conifere o di steppa arborata, mantenutosi attraverso tre stadi isotopici marini. Gli abitanti praticavano una caccia specializzata su prede di taglia media e grande: più di cento individui fra cervi e bovidi, oltre a rinoceronti e iene in numero minore.
La tecnologia è la parte più interessante. Gli autori la descrivono come riduzione e produzione di strumenti in modo spiccio, accompagnata da un uso diffuso di ossa non modificate. Quando un osso o una pietra andavano già bene com’erano, li si usava così. Gli autori parlano di un sistema adattativo che privilegia lo sfruttamento di ciò che l’oggetto già offre rispetto alla fabbricazione intensiva.
Non è rozzezza. È una scelta economica: meno lavoro investito in un utensile che serve una volta sola.
Nel secondo lavoro compaiono anche due ricercatori italiani, Marco Peresani e Davide Delpiano, dell’Università di Ferrara, insieme a Francesco d’Errico, Jean-Jacques Hublin, Clément Zanolli e Fabrice Demeter.


Restano i limiti, e vanno detti. Un radio non fa uno scheletro: statura, proporzioni corporee, postura e modo di camminare dei Denisova restano ignoti. Il DNA non c’è, quindi questa popolazione non può essere collocata con precisione rispetto alle diverse linee denisoviane che hanno lasciato tracce nei genomi asiatici e oceaniani. Gli autori scrivono esplicitamente che i dati genomici e proteomici oggi disponibili sono troppo scarsi per farlo.
E le datazioni dirette sui reperti umani, ottenute con le serie dell’uranio, hanno dato valori molto più giovani di quelli degli strati: circa 102.000 anni per due campioni e 143.000 per il parietale più antico. Gli autori spiegano che l’osso, nel terreno, scambia uranio con l’ambiente circostante, quindi quelle cifre vanno lette come età minime. Le date stratigrafiche restano le più attendibili.
C’è infine una cosa che il lavoro insegna a chiunque scavi. Per quindici anni i Denisova sono stati un genere di persone senza corpo. Il metodo che li ha restituiti non è una nuova tecnologia: è guardare a mano sessantamila frammenti prima di accendere lo spettrometro. Gli autori lo propongono come procedura ripetibile per gli altri siti paleolitici pieni di ossa rotte, che sono la maggioranza.


Bibliografia
Rao H., Xing S., Ruan Q., Bai F., Zhao Y., Wu Z., Tang S., Bennett E.A., Feng X., Lin S., Shao Q., Yang X., Li Z., Zhou K., Liu F., Fu Q., «Ancient proteins identify various Denisovan remains from Southwest China», Nature, ricevuto il 16 gennaio 2026, accettato il 31 luglio 2026, pubblicato online il 9 settembre 2026, accesso aperto con licenza CC BY-NC-ND 4.0. doi: 10.1038/s41586-026-10976-9
Ruan Q., Li H., Xing S., Zhao K., Liu J., Zanolli C., Doyon L., Delpiano D., Peresani M., d’Errico F., Demeter F., Hublin J.-J. et al., «Denisovans from southwestern China and their subsistence strategies», Nature, pubblicato online il 9 settembre 2026. doi: 10.1038/s41586-026-10997-4
Comunicato dell’Accademia cinese delle scienze, «Denisovan Radius Discovered for First Time in Southwest China», settembre 2026.
Dati di spettrometria di massa depositati presso il consorzio ProteomeXchange, identificativo PXD073112. Modelli tridimensionali dei fossili disponibili su MorphoSource.

 

*Board Member, SRSN (Roman Society of Natural Science)
Past Editor-in-Chief Italian Journal of Dermosurgery

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