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Venerdì, 18 Maggio 2018

 

“Tutte le epidemie di Ebola descritte fino ad ora sono state la conseguenza di un nuovo spillover (un nuovo ‘uscire’) del virus dalla foresta - sottolinea il Prof. Massimo Galli Presidente della Simit Società Italiana Malattie Infettive e Tropicali - cioè di un nuovo passaggio da un animale serbatoio all’uomo. Il contenimento del nuovo focolaio può ora avvalersi della procedura di vaccinazione ‘ad anello’, che prevede la vaccinazione delle persone che sono state a contatto con una persona malata e che si è dimostrata efficace in Guinea nel 2015”

 

È di nuovo pericolo Ebola dopo meno di 5 anni. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha segnalato un focolaio di malattia da virus Ebola nella provincia dell’Equateur della Repubblica Democratica del Congo (RDC). Al 16 maggio, sono già riportati sono 44 casi. L’epidemia ha avuto origine nell’area di Bikoro, in prossimità del lago Tumba, non lontano dal fiume Zaire e dal confine con la Repubblica del Congo (Congo Brazzaville). Otto casi sono stati segnalati anche nell’area di Iboko, ma a destare particolare preoccupazione sono i due casi diagnosticati in Mbandaka, una città di un milione e duecentomila abitanti che dista circa 80 Km dal focolaio iniziale.

“Il virus implicato in ogni epidemia è risultato sempre un po’ diverso da quello delle precedenti epidemie. Non esiste, quindi, un serbatoio di portatori umani dell’infezione: ogni focolaio, anche il peggiore di tutti, si è esaurito quando è stato possibile arrestare la diffusione interumana ed il ceppo virale implicato non è successivamente ricomparso come responsabile di infezioni umane” - precisa il Prof. Massimo Galli Presidente della SIMIT Società Italiana Malattie Infettive e Tropicali dinanzi alla nuova ondata del virus. “Al contrario, il serbatoio animale è vasto, comprende probabilmente più specie di pipistrelli della frutta ed ancora mal definito”.

Pubblicato in Medicina

 L’ultima invenzione del Politecnico di Milano è un dispositivo biodegradabile, iniettabile nella camera posteriore dell’occhio, per il trattamento delle patologie retiniche, più precisamente della maculopatia. Si chiama Mag Shell ed è in grado di rilasciare precise dosi di farmaco ad intervalli di tempo predefiniti. Il nuovo dispositivo potrà sostituire le plurime iniezioni intravitreali di farmaci necessarie nel trattamento di patologie oftalmiche come l’edema maculare diabetico e la degenerazione maculare senile essudativa. Avere diverse dosi di farmaco pre-caricate per trattare queste patologie è ideale poiché eviterebbe di sottoporre il paziente a numerose iniezioni che, oltre ad essere fastidiose, sono un potenziale rischio di infezione. Mag Shell è costituito da strati o gusci di materiale biodegradabile alternati a dosi di farmaco.

Pubblicato in Medicina

Un team coordinato dall’Istituto di biologia e patologia molecolare del Cnr ha dimostrato che nelle piante la fertilità maschile è collegata a uno specifico messaggero del gene ARF8. L’indagine, pubblicata su Plant Cell, implica importanti ricadute in piante di interesse agrario di tipo ibrido che mostrano un maggior vigore rispetto a quelle prodotte per autofecondazione

 

L’immagine a sinistra mostra gli stami corti nel fiore della linea mutante arf8-7 che è difettiva del gene ARF8. L’immagine a destra mostra un ripristino della lunghezza degli stami nel fiore che esprime solo la variante di splicing ARF8.4.

 

La fertilità maschile in ambito vegetale dipende da un nuovo messaggero di un gene. Lo ha scoperto un team coordinato dall’Istituto di biologia e patologia molecolare del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Ibpm), unità di Roma, in collaborazione con l’Università di Kyoto e il Riken Institute di Yokohama, nell’ambito dei progetti bilaterali (Italia – Giappone) di grande rilevanza finanziati dal Ministero degli affari esteri e dal Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca. Lo studio, pubblicato sulla rivista Plant Cell, implica importanti potenziali ricadute in ambito agrario, poiché aiuterà la produzione di sementi ibride in specie coltivate, come riso, melanzana, pomodoro e molte altre.

“Sappiamo che la fertilità o capacità riproduttiva maschile delle piante è regolata dall’ormone auxina. La nostra indagine ha preso quindi in esame il fattore di trascrizione ARF8 (il gene Auxin Response Factor 8) che media gli effetti di questo ormone”, spiega Maura Cardarelli, primo ricercatore del Cnr-Ibpm. “L’obiettivo è stato capire come questo gene contribuisca alla fertilità maschile nelle piante in grado di autofecondarsi. Per questo motivo abbiamo lavorato su Arabidopsis, una specie spontanea presa comunemente a modello in quanto contiene sia gli organi fiorali maschili sia quelli femminili ed è quindi autogama, cioè si autofeconda. L’autofecondazione è una caratteristica negativa che va eliminata nelle piante coltivate. Infatti, la conseguenza è una maggiore consanguineità e le piante ‘prodotte’ per autofecondazione sono più deboli di quelle ibride, prodotte per incrocio tra due piante diverse. Per questo motivo in agricoltura vengono utilizzate sementi ibride e la loro produzione è favorita dalla ridotta fertilità maschile”.

Pubblicato in Medicina

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